Intervista a Marco per i 10 anni in KanbanBOX
Alcuni traguardi sono esterni: nuovi clienti, nuovi mercati, obiettivi di fatturato. Altri sono profondamente umani. Tra questi, di recente abbiamo festeggiato i 10 anni di Marco Andriolo-Stagno in KanbanBOX!
Per l’occasione, abbiamo intervistato Marco, che ci ha raccontato cosa significa lavorare in KanbanBOX da oltre 10 anni, avendo vissuto in prima persona la crescita dell’azienda, da “4 ragazzi in una stanza” a una squadra di 45 persone.
Marco, per chi non ti conosce: di cosa ti occupi in KanbanBOX?
Nella mia firma email c’è scritto “Security and Infrastructure Manager”. In pratica mi occupo della sicurezza, sia delle informazioni sia dell’infrastruttura, un ruolo che in passato sarebbe stato definito “Sistemista”. Sono anche DevOps, una figura a metà tra sviluppo e infrastruttura che si occupa di automatizzare alcuni processi per pubblicare online il codice appena sviluppato.
Sono entrato in KanbanBOX come sistemista e sviluppatore, ma con la crescita del team, ho progressivamente lasciato la parte di programmazione per concentrarmi sugli aspetti legati alla sicurezza. Tra le attività più significative, oltre ad attività molto tecniche e delicate legate alla gestione delle infrastrutture, ho seguito tutto il percorso legato alla Certificazione ISO/IEC 27001 per la Gestione della Sicurezza delle Informazioni, raggiunta già al primo anno senza alcuna non conformità, risultato molto raro in caso di prima certificazione: una soddisfazione immensa.
Come hai conosciuto i soci fondatori di KanbanBOX?
Tramite una conoscenza in comune, Leonardo. Era il 2012 e avevo da poco aperto la partita IVA. Lui sapeva sia che io stavo cercando clienti, sia che Matteo Biagini [socio fondatore di KanbanBOX insieme a Guido Bonuzzi e Francesco Dall’Oca], era alla ricerca di una figura come la mia e ci ha messi in contatto.
Ho conosciuto Matteo e Guido in una birreria a Ponte San Nicolò (PD). All’epoca non avevo la più pallida idea di cosa fosse il kanban e, anche dopo le loro spiegazioni, devo dire che ci avevo capito gran poco. Però il progetto informatico era interessante.
Da lì ho cominciato a collaborare in partita IVA. All’inizio mi occupavo soprattutto dell’infrastruttura: server, macchine virtuali, database. Poi anche della scrittura del codice del software, che fino a quel momento era rimasta in mano a Matteo e Guido, mentre Francesco seguiva la parte commerciale.
All’epoca KanbanBOX era una start-up: cosa ti ha convinto a essere coinvolto nel progetto?
Sicuramente le persone. Era evidente che fossero ragazzi in gamba e con le idee chiare. Soprattutto, erano seri riguardo al progetto. Un’impressione confermata anche da chi ci aveva messi in contatto.
Il fatto che fosse una start-up non era un problema, anzi. Ho sempre apprezzato questi contesti: sono più sfidanti e non c’è il classico “abbiamo sempre fatto così”. Puoi proporre, sperimentare e seguire i progetti dall’inizio alla fine, vederne gli sviluppi e i risultati.
È anche per questo che ho potuto scrivere molte parti Legacy [codice di programmazione originario] di KanbanBOX . Codice che nel tempo è stato migliorato e ottimizzato, ma che in buona parte è ancora lì.
Dopo qualche anno di collaborazione in partita IVA, una sera i soci mi hanno proposto di trovarci alla pizzeria La Fornace di Padova. Lì mi hanno offerto l’assunzione a tempo pieno. Così, a gennaio 2016, sono diventato ufficialmente il primo dipendente KanbanBOX.
Pochi mesi dopo ero già in fiera con i soci e un consulente esterno. Loro in completo con cravatta rossa, io con un maglioncino. Ufficialmente perché un IT manager in giacca e cravatta era poco credibile, in realtà perché era uno stile troppo formale per me!
Hai qualche aneddoto legato ai primi tempi, quando in azienda eravate solo in quattro?
Certamente. Come succede spesso nelle start-up, all’inizio ci siamo scontrati con una certa diffidenza del mercato verso una realtà molto piccola. In particolare, ricordo una video-call commerciale svolta da Matteo con un potenziale cliente estero mentre eravamo tutti e quattro in ufficio, all’epoca una stanza.
Dall’altra parte dello schermo c’erano due persone: il Responsabile Lean, entusiasta del software e del suo funzionamento, e il Responsabile IT, decisamente più prudente.
Così prudente che, al termine dell’incontro, disse che non riusciva a capire se fossimo un’azienda strutturata o, testualmente “Four guys in a room” (quattro ragazzi in una stanza).
Il fatto che avesse centrato perfettamente sia la situazione, in particolare modo il numero di persone presenti nella stanza, ci fece ridere parecchio. Non abbiamo preso quel cliente, ma col tempo a quei “Four guys in a room” se ne sono aggiunti molti altri: oggi siamo in 45.
Come hai vissuto la crescita di KanbanBOX da 4 a 45 persone?
Bene, perché è stata una crescita gestita bene. All’inizio è avvenuta in modo molto graduale: una, massimo due persone all’anno. Tra queste c’è anche Davide Bicego, di cui sono stato tutor quando è entrato come stagista. Oggi, dopo 8 anni in azienda, guida il team di sviluppo composto da 12 persone.
L’aumento più significativo è arrivato dopo il 2020, ma secondo me il vero momento di svolta coincide con l’ingresso di Serena Giordano. In quel periodo erano entrati due nuovi sviluppatori (quattro in totale), avevamo appena cambiato ufficio (con tanto di sala riunioni e spazi di lavoro separati) e con l’arrivo di Serena, le attività di amministrazione e risorse umane hanno smesso di essere gestite “a necessità” dai soci, permettendo all’azienda di raggiungere una sua prima strutturazione di base.
Inoltre, il fatto di avere una persona dedicata al recruiting ci ha permesso di gestire al meglio le attività di selezione, scegliendo persone allineate non solo alle competenze richieste, ma anche allo spirito aziendale.
Sarà che in azienda ci sono molti giovani, sarà la gestione organizzativa trasparente e informale, ma si respira un bel clima. Dopotutto, se non fosse così, difficilmente sarei qui dopo 10 anni!
Quando parli di benessere e gestione aziendale, ti riferisci al principio dell’auto-organizzazione implementato in KanbanBOX?
Più o meno: fin dall’inizio c’è sempre stata molta libertà tra i collaboratori nel gestire le proprie attività, anche se questa libertà non era né dichiarata né formalizzata.
Un esempio, semplice ma concreto: se non ci sono urgenze o priorità, gli sviluppatori sono liberi di decidere su cosa lavorare all’interno del software. Era così agli inizi ed è così anche oggi.
Con la crescita dell’azienda, abbiamo iniziato a dare una struttura più chiara a questo approccio, fino a quando non abbiamo scoperto i principi di auto-organizzazione promossi dal Metodo SEMCO ®. A quel punto ci siamo resi conto che diverse pratiche promosse da questo metodo erano già presenti in azienda: mancava solo una maggiore strutturazione e un nome per definirle.
Tra queste pratiche presenti fin dall’inizio rientra anche la spinta alla formazione?
Certo, anche se oggi è l’incentivo alla formazione è più strutturato, con un budget annuale per ciascun collaboratore.
A parte questo, in azienda c’è sempre una forte spinta alla formazione e all’innovazione, e la scelta dei corsi è sempre stata guidata non solo dalle necessità aziendali ma anche dalle aspirazioni professionali, che spesso si allineavano perfettamente.
Ad esempio, quando sono arrivato, conoscevo poco le tecnologie in cloud su cui si basa KanbanBOX. Ho imparato in parte da Guido e Matteo, in parte da autodidatta e poi attraverso corsi di formazione. A volte succedeva il contrario: mi interessavo a un argomento, realizzando poi che sarebbe tornato utile anche all’azienda.
Oltre alla formazione, l’azienda organizza spesso anche dei workshop. Ce n’è uno in particolare che ti ha colpito?
Probabilmente sono di parte, ma il workshop che mi è rimasto più impresso è quello di improvvisazione teatrale, che avevo contribuito a organizzare coinvolgendo un’insegnante con cui avevo già fatto corsi in passato.
Mi ha colpito perché ho visto con i miei occhi colleghi inizialmente scettici o timorosi (pensiamo al classico stereotipo dello sviluppatore introverso), lasciarsi coinvolgere completamente, arrivando a fare a gara per entrare in scena. È stata un’attività di team building e di sviluppo delle competenze trasversali davvero divertente ed efficace.
C’è qualche usanza in KanbanBOX che hai contribuito a far nascere e che si è mantenuta nel tempo?
Sì: portare le brioche o altre delizie per festeggiare il proprio compleanno con i colleghi. Col tempo questa abitudine si è estesa per condividere traguardi importanti come lauree, assunzioni, matrimoni o nuove nascite, a volte anche mettendoci d’accordo tra colleghi.
Proprio per questo, a gennaio io e la mia collega Ioana Huluta abbiamo portato un’enorme treccia di pan brioche alla Nutella per festeggiare i nostri anniversari in KanbanBOX: lei tre anni, io qualcuno in più.
Cosa rappresenta per te il traguardo dei 10 anni in KanbanBOX?
È un traguardo importante, anche perché non mi era mai capitato di restare dieci anni nella stessa azienda. Per l’occasione, i soci e Serena hanno organizzato un momento di ringraziamento con foto e aneddoti legati a questi dieci anni, compresa la famosa foto del maglioncino in fiera. L’ho apprezzato molto.
La cosa che mi sorprende di più, però, è che non mi sembra affatto siano passati dieci anni. Mi sembra tutto ancora in movimento: nuove persone, nuovi uffici, nuove sfide.
Quindi direi: avanti così, per i prossimi dieci anni!
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